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Le pagine della cronaca italiana sono state tristemente funestate dalla notizia di scontri tra un gruppo di studenti antifascisti e un altro di coetanei di estrema destra davanti all'Università di Roma.
Si tratta di un episodio spiacevole nella sua violenza e nella probabile inconsapevolezza, da parte di coloro che lo hanno vissuto, dei valori di cui si fanno portatori. Mi spiegherò meglio. Uno dei mali peggiori che affligge la generazione degli attuali ventenni è quello di parlare senza sapere, riempiendosi la bocca di frasi, parole, nomi molto colorati senza in realtà accertarsi che a essi corrisponda un'esatta cognizione della sostanza cui fanno riferimento. Chi, oggi avendo venti, venticinque o trent'anni, può dirsi fascista? Si tratterebbe di un ragazzo che nemmeno lontanamente potrebbe immaginare le condizioni di vita che un coetaneo viveva settanta od ottanta anni or sono. Mi metto io, con l'età che ho, nei suoi panni: come si viveva negli anni Venti o Trenta lo so solo e solamente per sentito dire, grazie ai racconti dei miei nonni. Che, per la verità, non descrivono quell'età dell'oro che i sedicenti neofascisti vogliono delineare in riferimento al ventennio. Cose buone il regime ne fece, sicuramente: parimenti, ne fece di cattive. Una banalità, questa, che sfugge a chi riempie il proprio telefonino di gagliardetti e piccole aquile, andando negli stadi e nelle piazze a stendere il braccio al grido di non so quale motto di mussoliniana memoria.
L'inconsapevolezza, l'ignoranza e la contrapposta smodata voglia di un quarto d'ora di gloria, però, sono vizi che non hanno colore politico. A fronte della massa di pseudo-fascisti, gli altrettanti "sinistroidi" che, magari figli di professionisti, acquistano, con i soldi che vanno puntualmente rinnegando, quelli del papà e della mamma, vestiti e accessori firmati che permettano loro, però, di apparire trasandati, di dare l'idea di persone alle quali non importa molto il vestiario. Costoro, poi, la sera, molto probabilmente, si riuniscono in camere fumose a guardare film coreani sottotitolati in turco e poi la mattina successiva, davanti alla facoltà (se ne frequentassero mai una ...) si riuniscono in crocchi a discutere dei massimi sistemi. Probabilmente nemmeno costoro sanno che cosa significa comunismo, che cosa abbia detto Marx, ignorando quale sia la condizione in cui vivono i cinesi o viveva il popolo dell'URSS. Considerazioni, anche queste, di una banalità estrema: bisognerebbe sempre soppesare i lati positivi di un'ideologia che va di moda in un Paese che, seppure incivile, si dice ancora rispettoso dei diritti fondamentali, con i lati negativi che possono conoscersi solo dopo avere accettato di mettere il naso fuori casa e di informarsi, mettendo a lato, una volta ogni tanto, il proprio ego, che possa scendere dal dorato piedistallo sul quale precedentemente era stato collocato.
Poiché non amo spendere parole senza indicare soluzioni, in chiusura di post, ne affermo una. In una sola parola: serietà. Altrettanto banale, questo valore non viene preso dai più in considerazione. Si tratta di qualcosa di cui si è perso ormai da molto tempo la reale cognizione, sì che, se ciascuno vivesse più seriamente la propria quotidianità, mostrandosi per quel che è, accettando di entrare in contatto con l'altro, riponendo catene, armi, oggetti da violenza ma anche paroloni, film (fintamente) impegnate e ideologie da Sessantotto, probabilmente non assisteremmo più a episodi come quello accaduto recentemente all'Università di Roma. |