28.5.08

Veloci e senz'altro banali considerazioni sui recenti fatti di Roma

Le pagine della cronaca italiana sono state tristemente funestate dalla notizia di scontri tra un gruppo di studenti antifascisti e un altro di coetanei di estrema destra davanti all'Università di Roma.
Si tratta di un episodio spiacevole nella sua violenza e nella probabile inconsapevolezza, da parte di coloro che lo hanno vissuto, dei valori di cui si fanno portatori. Mi spiegherò meglio. Uno dei mali peggiori che affligge la generazione degli attuali ventenni è quello di parlare senza sapere, riempiendosi la bocca di frasi, parole, nomi molto colorati senza in realtà accertarsi che a essi corrisponda un'esatta cognizione della sostanza cui fanno riferimento. Chi, oggi avendo venti, venticinque o trent'anni, può dirsi fascista? Si tratterebbe di un ragazzo che nemmeno lontanamente potrebbe immaginare le condizioni di vita che un coetaneo viveva settanta od ottanta anni or sono. Mi metto io, con l'età che ho, nei suoi panni: come si viveva negli anni Venti o Trenta lo so solo e solamente per sentito dire, grazie ai racconti dei miei nonni. Che, per la verità, non descrivono quell'età dell'oro che i sedicenti neofascisti vogliono delineare in riferimento al ventennio. Cose buone il regime ne fece, sicuramente: parimenti, ne fece di cattive. Una banalità, questa, che sfugge a chi riempie il proprio telefonino di gagliardetti e piccole aquile, andando negli stadi e nelle piazze a stendere il braccio al grido di non so quale motto di mussoliniana memoria.
L'inconsapevolezza, l'ignoranza e la contrapposta smodata voglia di un quarto d'ora di gloria, però, sono vizi che non hanno colore politico. A fronte della massa di pseudo-fascisti, gli altrettanti "sinistroidi" che, magari figli di professionisti, acquistano, con i soldi che vanno puntualmente rinnegando, quelli del papà e della mamma, vestiti e accessori firmati che permettano loro, però, di apparire trasandati, di dare l'idea di persone alle quali non importa molto il vestiario. Costoro, poi, la sera, molto probabilmente, si riuniscono in camere fumose a guardare film coreani sottotitolati in turco e poi la mattina successiva, davanti alla facoltà (se ne frequentassero mai una ...) si riuniscono in crocchi a discutere dei massimi sistemi. Probabilmente nemmeno costoro sanno che cosa significa comunismo, che cosa abbia detto Marx, ignorando quale sia la condizione in cui vivono i cinesi o viveva il popolo dell'URSS. Considerazioni, anche queste, di una banalità estrema: bisognerebbe sempre soppesare i lati positivi di un'ideologia che va di moda in un Paese che, seppure incivile, si dice ancora rispettoso dei diritti fondamentali, con i lati negativi che possono conoscersi solo dopo avere accettato di mettere il naso fuori casa e di informarsi, mettendo a lato, una volta ogni tanto, il proprio ego, che possa scendere dal dorato piedistallo sul quale precedentemente era stato collocato.
Poiché non amo spendere parole senza indicare soluzioni, in chiusura di post, ne affermo una. In una sola parola: serietà. Altrettanto banale, questo valore non viene preso dai più in considerazione. Si tratta di qualcosa di cui si è perso ormai da molto tempo la reale cognizione, sì che, se ciascuno vivesse più seriamente la propria quotidianità, mostrandosi per quel che è, accettando di entrare in contatto con l'altro, riponendo catene, armi, oggetti da violenza ma anche paroloni, film (fintamente) impegnate e ideologie da Sessantotto, probabilmente non assisteremmo più a episodi come quello accaduto recentemente all'Università di Roma.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Leggere questo post è stato impegnativo: vediamo se riesco a fare un commento all'altezza.

Sebbene sia d'accordo con la maggior parte di quanto da te scritto, non posso non notare una sproporzione tra la pars destruens e la pars construens di questo piccolo brano.

Va bene la critica, ma ritengo che sia sbagliato ricondurre la parte costruttiva di un qualsiasi intervento al pessimismo/lassismo; in tal modo torni alla parte distruttiva del tuo pensiero.

Ci vogliono soluzioni concrete: l'istruzione!

Anonimo ha detto...

Molto apprezzabile il tuo commento. L'istruzione, a partire dalla scuola primaria, rappresenta la chiave per la risoluzione del problema di cui andiamo parlando. Solo la scuola può, con i propri strumenti, fornire la soluzione a inconsapevolezza e ignoranza. A monte, però, la mia istanza per la serietà: non c'è scuola senza serietà. Finché gli insegnanti saranno sottopagati, sfiduciati ed esposti al pericolo di ricorsi al TAR da parte di genitori riottosi pronti a proteggere il figliolo insipiente, difficilmente potrà aversi una scuola, e dunque un'istruzione, seria. Ma questo è un altro discorso. Colgo, quindi, nel tuo intervento un ottimo spunto di riflessione: quanti di noi hanno sottovalutato l'importanza degli insegnamenti scolastici. Ebbene, fermiamoci un attimo a riflettere, sull'importanza che essi hanno nella vita di un ragazzo, sì che una corretta interazione tra scuola e famiglia possa forgiare un giovane capace di vivere serenamente e consapevolmente nella società in cui è inserito.

Anonimo ha detto...

Eheh buona l'idea della serietà come soluzione a tutto questo, anche se in cuor tuo (e anche in cuor mio, nn lo nego) so perfettamente che entrambi intendiamo per serietà un qualcosa di più drastico e decisivo di come tu l'hai posta nell post, per una questione di estetica della forma e volendo di decoro ;) Comunque mi piace sempre più (e ormai non posso neanche più dire che mi stupisce perchè non sarebbe più vero) il fatto che sembra ke quando parli tu mi legga nel pensiero, per qualsiasi cosa, punto di vista o sfaccettatura, e viceversa, cosa che ormai accade praticamente di norma :) Bel post comunque, buona serata ciao ciao Ennio (futuro ingegnere, spero)

Anonimo ha detto...

Al di là delle battute e delle estremizzazioni che posso dire per scherzo, ritengo davvero che la serietà sia la soluzione ai problemi dell'Italia (del mondo?). Solo che, quando costa essere seri? Quanto è forte la tentazione dell'ottenere il massimo con il minimo sforzo? Come è ben più facile scalare la strada per il successo a scapito di altri (sfruttandoli o mettendoli fuori gioco) piuttosto che provarci con le proprie forze? Comunque a quanti in questi giorni stanno riempiendo dei propri commenti questo giovane blog: proviamoci, ragazzi. Possiamo ancora rendere questo un luogo più serio! Mai mi stancherò di diffondere i miei appelli alla serietà. Cominciamo dalla vita di tutti i giorni, evitando, magari, di dedicare anima e corpo al record ludico personale o di darci arie perché abbiamo sostenuto con successo l'esame di Alfabeto I, e iniziando a fare della nostra esistenza un'esperienza fondamentale di utilità sociale!