20.6.08

Riflessione libera

Ho ricevuto due notizie poco piacevoli: due miei amici non hanno superato i due esami che erano chiamati a svolgere nella giornata di ieri. E questo, nonostante l'impegno da essi profuso nello studio. Certo, probabilmente è sfortuna e il mio consiglio è sempre lo stesso: non mollare e riprovare la prossima volta. Talora, però, accanto alla sfortuna si inseriscono altri fattori: uno di questi può essere la difficoltà nell'instaurare un rapporto sereno al momento della prova con la commissione d'esame. Questo, infatti, significa molto. Chi mi conosce sa che da poco frequento una cattedra presso la mia facoltà: finora ho fatto parte della commissione d'esame per due appelli. Avrò interrogato una trentina, forse trentacinque studenti assieme alla professoressa titolare. In tutto, una sola bocciatura: ho dovuto proporre una valutazione insufficiente per un ragazzo che non ha saputo dire nulla. Scena muta a entrambe le domande da me formulate e, prima di quello, lo svolgimento di un compito assolutamente insufficiente; del tutto fuori tema, peraltro. Ho scoperto che bocciare non mi appartiene: fino all'altro ieri avrei detto di essere il tipico assistente giovane, voglioso di sfogare le proprie frustrazioni sugli studenti. In realtà ho capito di non essere così: non mi è piaciuto bocciare quel ragazzo, ancorché, a tutt'oggi, ritengo sia stato necessario (sicché, nel nome del principio di serietà a cui ispiro ogni mia azione, sarei pronto a rifarlo), mentre ho provato grande soddisfazione nel proporre valutazioni molto alte. Mi è stato, inoltre, affidato un laureando e la cosa mi dà ugualmente soddisfazione; così come trovo enormemente soddisfacente il fatto di offrirmi per il recupero degli studenti che abbiano rifiutato voti o non siano passati all'esame o, semplicemente, necessitino di chiarimenti. Questo per dire, che mi sono accorto di quanto facile sia bocciare e di quanto sia inutile farlo gratuitamente. Forse i miei due amici sono incappati in docenti o assistenti che la pensano diversamente da me; forse, no e si tratta solo di sfortuna o di non integrale comprensione del programma. Questo non lo so: non conosco le materie che vanno affrontando, né i membri delle commissioni che li hanno interrogati. Rimane, però, il mio invito, che rivolgo loro, ad andare avanti, a testa alta, riprovando finché riusciranno nel loro intento, sicuri che, qualora incontrassero dall'altra parte della cattedra qualcuno che la pensa come me, saranno prima o poi valorizzati in quanto persone serie e studiose.

2 commenti:

raffaele ha detto...

Ciao Franci!!sono pienamente daccordo con te su quello che dici.Penso che il momento dell'interrogazione debba essere un momento in cui,oltre alla verifica delle conoscenze dello studente,si debba anche cercare di aiutarlo nella formulazione delle risposte,orientandolo su un sentiero,creando collegamenti,insomma non intervenire solo sulla richiesta pura e semplice della nozioncina.Inoltre,ma questo è un mio punto di vista e non pretende di essere giusto,ritengo sbagliato che professori si spingano a chiedere anche solo una nota a piè di pagina, pur di mettere in difficoltà lo studente. Certo se una persona vuole avere voti alti deve dimostrare di meritarli,ma questi "mezzucci" secondo me non aiutano lo studente a esprimere al meglio le sue qualità e non lo aiutano in quel percorso di crescita professionale che ognuno di noi compie dopo ogni esame,che l'abbia passato o meno.

Anonimo ha detto...

Concordo in pieno. Non solo: chi fa parte di una cattedra universitaria, come titolare o come collaboratore, ha il dovere (nel senso che non è una mera facoltà) di aiutare lo studente prima, durante e, se del caso, dopo il momento dell'esame. Motivo per cui anche venerdì scorso, dopo che uno dei nostri esami si era concluso con esito negativo, ho lasciato alla candidata numero di telefono e e-mail affinché costei mi contattasse per fare un po' di recupero in vista del prossimo appello. E questo metodo già lo utilizzammo in giugno con un ragazzo che rifiutò un voto, indiscutibilmente più basso rispetto alle sue capacità.
Mi rendo conto, però, di lavorare con persone di un'intelligenza non comune nel mondo universitario.